| Il Dialogo islamo-cristiano in Turchia: una prospettiva personale |
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La mia esperienza di dialogo con i musulmani in Turchia risale al 1985. All’epoca stavo lavorando come Capo Ufficio per l’Islam al Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso in Vaticano. Arrivò una lettera per Papa Giovanni Paolo II dal rettore dell’Università di Ankara nella capitale della Turchia, chiedendo al Santo Padre di inviare uno studioso cristiano a tenere un corso di teologia cristiana alla Facoltà di Teologia della Università di Ankara. Certamente, il Papa non può rispondere personalmente a tutte le lettere che riceve, così egli gira ogni lettera all’ufficio preposto del Vaticano in base al suo contenuto. In questo caso, poiché dirigevo l’Ufficio per le Relazioni con i Musulmani, la lettera giunse sul mio tavolo e, fondamentalmente, i miei superiori in Vaticano dissero, “Trova qualcuno per andare in Turchia”. Non risultò essere una cosa facile. Alcuni di quelli che contattai sentivano di non essere adeguatamente preparati, altri non potevano lasciare il loro insegnamento universitario, etc. Dopo alcuni mesi di tentativi, non avevamo trovato nessuno che fosse pronto ad andare ad Ankara. Ricordo un incontro che avemmo in Vaticano nel quale tutti fummo d’accordo, “Continuiamo a parlare di dialogo, ed ecco è un gruppo di persone che ci invita a fare proprio questo, e noi non riusciamo a trovare nessuno che sia disposto ad andare.” Per farla breve, piuttosto che dire ai Turchi che non riuscivamo a trovare nessuno, andai io ad Ankara nel 1986. Fu una buona esperienza per me. La facoltà di Teologia di Ankara è una delle più grandi al mondo con diverse migliaia di studenti. Credo che l’esperienza fu buona anche per i miei studenti e colleghi della facoltà, perchè negli anni seguenti trascorsi semestri alle Facoltà di Teologia nella città egea di Izmir, nella città santa di Konya, caratterizzata dalla tomba di Jalal al-Din Rumi, e nella città di Urfa (l’antica Edessa) nella Turchia orientale, e brevi soggiorni nelle facoltà teologiche di Istanbul, Kayseri, Bursa e Samsun. Cercando di decidere che cosa e come spiegare la propria fede a credenti di un’altra religione trovai essere un buon esercizio che sarebbe bello se tutti possano avere. Voglio dire che noi dobbiamo ordinare per priorità gli elementi della nostra fede e prendere delle decisioni molto personali. Il nostro tempo con gli studenti è abbastanza limitato, non si può spiegare tutto, dove mettere l’accento? In più, quale è l’ordine più logico nel quale spiegare gli elementi di fede, o c’è qualche ordine logico? Poi, dobbiamo trascorrere molte ore cercando di trovare una via per spiegare questi principi di fede così che i musulmani capiranno qualcosa autentica di ciò che crediamo, e non trovino le nostre spiegazioni essere elaborazioni di nonsenso. In questo fui aiutato moltissimo da intelligenti, coscienziosi studenti turchi laureati in qualità di assistenti all’insegnamento. Ero solito preparare le mie lezioni in inglese ed insieme con i miei assistenti, revisionavamo il testo riga per riga. C’era molto da imparare, andando avanti in queste preparazioni. Sono sicuro che questi studenti laureati impararono molti di più sulla teologia cristiana di quanto fecero gli studenti che presero parte al corso. Io imparai non solo parecchio turco ma che nozioni e frasi, così normali per me come cristiano, assumevano un significato strano e perfino grottesco in un contesto islamico. Fu solo con queste discussioni che portarono via molto tempo con gli studenti laureati (in un caso, un giovane professore), che arrivammo ad un testo che era accurato per i credenti cristiani e comprensibile per gli studenti musulmani turchi. Al momento della lezione, i miei assistenti di solito conoscevano il materiale tanto bene quanto me. Ero solito parlare in inglese, ed il mio assistente ripeteva ciò che dicevo in turco. Trovai questo essere una buona tecnica, poiché gli studenti avevano l’opportunità di sentire tutto due volte, la prima da me in una lingua parzialmente conosciuta, poi di nuovo in turco. Gli studenti potevano porre le loro domande in turco, io ero solito rispondere in inglese, e poi essi sentivano la risposta di nuovo in turco. Ogni metodo che scegliamo per presentare la nostra fede agli altri ha i suoi vantaggi ed i suoi svantaggi. Scelsi, per il mio corso semestrale, di prendere in considerazione quattro argomenti. Il primo è la Bibbia, la Scrittura cristiana che come tutti noi sappiamo è un tipo di scrittura molto diversa dal Corano che è sacro e familiare a tutti i musulmani. Esaminammo i concetti della rivelazione e della ispirazione biblica, e quindi il messaggio fondamentale dei vari libri della Bibbia, con testi particolarmente significativi selezionati da leggere per gli studenti. La seconda parte del corso copriva le dottrine fondamentali della fede cristiana: Gesù dei Vangeli e della storia cristiana, la natura trinitaria di Dio, la redenzione, la Chiesa ed i sacramenti, ecc. La terza sezione coprì la crescita della comunità cristiana, con tutte le sue vicissitudini storiche, dal periodo della Chiesa primitiva fino ai giorni nostri, concludendo con il Concilio Vaticano II e l’impegno della Chiesa per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso, e così via. Dal momento che stavo cercando di offrire una rappresentazione bilanciata non solo del Cattolicesimo ma anche della fede dei cristiani, dovevamo prendere in considerazione questioni come lo scisma est-ovest e la Riforma protestante. Aggiunsi una sezione finale a causa delle molte richieste degli studenti. Allo stesso tempo che seguivano il mio corso, stavano studiando teologia, filosofia e spiritualità islamiche. Se i loro studi li stavano conducendo allo studio del contributo alla crescita del pensiero islamico di personaggi quali Al-Ghazali, Ibn Rushd, Junaid, e Jalal al-Din Rumi, i miei studenti erano curiosi di conoscere come personaggi come Agostino, Caterina da Siena, Francesco d’Assisi e Tommaso d’Aquino, ed i moderni come Congar e Rahner, influirono sul corso della storia del pensiero e spiritualità cristiano. Gli studenti, almeno giudicando dal numero che rimaneva dopo classe per porre domande e talvolta per discutere le differenze, sembrano aver trovato il corso interessante. Pensai che la mia presenza giornaliera nella facoltà di teologia fosse importante. Una volta che fu venuta meno la novità di un professore straniero cristiano, fummo capaci di essere coinvolti in alcune discussioni veramente serie di fede. Facendo la gita scolastica o assistendo ai partiti di calcio insieme, abbiamo trovato delle occasioni “normali” e “non-forzate” per fare il dialogo. La sera, sia gli studenti sia i professori erano soliti fare visita alla mia piccola casa, e con tè e semi di girasole, continuavamo le discussioni sollevate in classe. Non vorrei dare l’impressione che il solo dialogo che ebbe luogo fosse con gli studenti o all’università. Specialmente nelle più piccole città di Konya ed Urfa, la gente mi fermava per la strada, al mercato di verdure, all’ufficio postale e altrove, e diceva: “Sei il monaco?” (mi chiamavano il rahib, che è la parola coranica per un cristiano che dedica la sua vita interamente a Dio.) Ricordo una sera a Konya, tornando a casa dall’università, mi fermai al mercato per comprare un pesce. La signora che vendeva il pesce disse, “Sei lei il rahib?” dissi che proprio lo ero, e lei iniziò a pormi domande che aveva messo da parte per l’occasione in cui ci saremmo incontrati. In un’altra occasione, ad Ankara, fui invitato a casa di qualcuno, dove circa 40-50 uomini si erano riuniti. Il loro interesse era sulla preghiera e sulla esperienza di Dio che hanno i cristiani. Le loro domande erano abbastanza dettagliate e perspicaci: Come preghiamo? Dove preghiamo? Perchè preghiamo? Verso chi preghiamo, solo Dio Padre, o anche Gesù ed allo Spirito Santo? Dove è Gesù, in cielo, o qui sulla terra con la Sua comunità? A cosa è simile un noviziato gesuita? Che cosa facciamo in esso ogni giorno? Parlavamo fino a molto tardi la sera, lo ricordo, perchè gli autobus avevano già cessato il servizio e molti di noi dovevano tornare a casa a piedi dopo. Fu durante questi anni di ritorni e partenze tra i sei mesi in Turchia ed i sei mesi a Roma che incontrai per la prima volta Andrea Santoro. Stava pianificando di andare in Turchia e venne nel mio ufficio a Roma e parlammo a lungo circa ciò che è veramente implicato nel dialogo con i musulmani. Lo trovai un prete della più alta qualità e visione spirituale, ed anche uno spirito affine. Entrambi sentivamo un forte desiderio di vivere le nostre vite cristiane nel dialogo con i musulmani come segni dell’amicizia e dell’amore che Dio desidera esistere tra le due comunità di fede. Anni dopo, lo incontrai di nuovo allora egli viveva ad Urfa ed io insegnavo in città, all’Università di Harran. Per me, era una gioia vedere il modo in cui la sua idea di dialogo islamo-cristiano si era evoluta ed approfondita. Quale è lo scopo nel dialogo tra Musulmani e Cristiani? Uno scopo è di vedere quanto di ciò che è più importante nelle nostre due religioni abbiamo in comune: il Dio unico cui noi tutti cerchiamo di obbedire, le meraviglie della creazione di Dio, la misericordia e la bontà di Dio, il bisogno per noi di amare e servire Dio e l’un l’altro, la nostra attesa per il giusto giudizio di Dio. In più, abbiamo imparato che le differenze reali che esistono tra le nostre due religioni non sono tali da essere un ostacolo alla nostra convivenza in pace ed armonia ed alla cooperazione per il bene dell’umanità. C’è un altro scopo nel dialogo che don Santoro ed io potemmo discutere ad Urfa. Nel dialogo e nella convivenza, siamo tutti capaci di testimoniare ciò che è meglio e più altamente onorato da Dio nelle nostre rispettive religioni. Quando ne discutevamo ad Urfa, don Santoro era capace di darmi molti esempi della sua vita personale. Questo era stato anche il caso nella mia vita in Turchia, ed illustrerò questo con una breve storia che mi è capitata a Konya, in Turchia. Come ho detto prima, Konya è una città molto riverita dai Musulmani, perchè è la città dove il grande poeta mistico del XIII secolo, Mevlana, Jalal al-Din Rumi, visse la sua intera vita adulta, scrisse il suo grande capolavoro poetico, il Mathnawī, fondò il suo ordine di Dervisci, morì e fu sepolto. La sua tomba è fino ad oggi un luogo di pellegrinaggio e venerazione. Nel 1988, andai ad insegnare nella Facoltà teologica dell’Università di Selcuk in questa città. Mi fu data un’indennità di alloggio e velocemente trovai un appartamento piccolo e pulito in un quartiere operaio della città, non molto distante dalla tomba di al-Rumi. Il solo problema fu che l’appartamento era completamente vuoto. Non c’era una sola sedia o un solo cucchiaio. Lo trovai scoraggiante perchè ci sarei dovuto stare solo sei mesi e non è che non vedevo l’ora di comperare il mobilio per un’intera casa. Non sapevo da dove iniziare. Mentre ero all’università feci cenno che avevo trovato una casa ma che avevo bisogno di molte cose per arredarla. Qualcuno disse che conosceva delle persone che potevano essere disponibili a prestarmi un letto per i sei mesi che sarei stato a Konya. Andai a trovarli ed essi mi dissero che infatti avevano un letto che avrei potuto prendere. Così presi la parte inferiore del letto, le traversine, ed iniziai a portarle giù verso la mia nuova casa. Era un sabato mattina e molte persone erano fuori in strada, diretti al mercato o provenienti da esso o da altre compere, o stavano solo facendo una visita o chiacchierando l’un l’altro, ed essi videro questo straniero (io) che portava un letto sulla schiena. Immediatamente iniziarono a chiedermi: "Di dove sei?” “Che cosa fai a Konya?” dissi loro che ero americano e che a Konya insegnavo all’università. Essi dissero, “Oh, stai insegnando inglese?” “No, sarò alla Facoltà di Teologia.” “Davvero, sei musulmano?” “No, veramente sono cristiano.” “Sei qui con la tua famiglia?” “No, non sono sposato; sono un rahib (monaco).” Uno di coloro che mi poneva domande disse, “Non ho mai incontrato un rahib prima”, ed un altro mi chiese se c’era qualcosa di cui avessi bisogno per la casa. Dissi che avevo bisogno di tutto; tutto ciò che avevo era solo un letto. Nel tempo in cui scesi le traversine del letto e ritornai a prendere il materasso, tutti nel vicinato sembravano sapere tutto di me, ed essi iniziarono ad offrirmi varie cose per la casa - bicchieri, piatti, cucchiai, pentole e padelle ecc. Ricevetti, tra le altre cose, un secondo letto, una piastra sulla quale cucinare i pasti, un piccolo frigorifero, due tappeti, due tavole e sedie. In tre giorni, l’appartamento era completamente e comodamente arredato con gli oggetti donati. Il secondo giorno, due uomini arrivarono al mio appartamento con due grandi borse della spesa piene di provviste domestiche. Il primo giorno che andai all’università, tornai alle 5.30 della sera. C’era un uomo seduto fuori sugli scalini che mi aspettava. Ci presentammo ed iniziammo a parlare, e mi disse, “Mia moglie è venuta prima, ma la casa era chiusa a chiave, così non è potuta entrare.” Dissi che, si, avevo chiuso la casa prima di andare all’università. Disse, "Non è necessario fare questo; le donne nel vicinato sanno chi viene e chi va, se si aggira qualcuno che non appartiene al luogo, se ne occupano loro.” Pensai, che cosa sta cercando di dirmi? In seguito compresi che chiudendo la porta stavo dicendo ai vicini che non mi fidavo di loro, così decisi di non chiudere mai più la porta a chiave. Ciò che seguì fu la parte più sorprendente del mio soggiorno a Konya. Circa una volta a settimana, ritornavo a casa dall’università e trovavo ad aspettarmi sul contatore della cucina un piatto coperto con, magari, del riso e melanzane, e un pezzo di agnello. Di solito, era abbastanza per due o tre pasti, dopo di che lavavo il piatto e lo mettevo da parte. Un giorno o due più tardi il piatto spariva. Passavano alcuni giorni e un altro piatto appariva, con del cibo differente. Altri giorni ritornavo nell’appartamento e trovavo che tutti i miei indumenti erano stati lavati, le mie camicie striate e, a volte, l’appartamento spazzato e messo in ordine. Così andò avanti per sei mesi. Quando giunse il momento di lasciare Konya, un mio vicino venne a trovarmi ed a salutarmi. Gli dissi, “Ho un’ultima richiesta.” Mi chiese, “Che cos’è?” dissi, “Alcune delle donne del vicinato sono state davvero buone con me durante questi mesi passati, portandomi cibo, lavando i miei indumenti e pulendo la casa. Vorrei incontrarle una volta per ringraziarle per tutto ciò che hanno fatto.” Disse, “Non devi ringraziarle. Esse non lo hanno fatto per te. Esse lo hanno fatto per Dio, e Dio che vede ciò che ognuno fa nel segreto darà loro la ricompensa.” Continuò, “Il Corano ci insegna che dobbiamo trattare i rahipler (monaci) con gentilezza. Queste donne stavano solo mettendo in pratica la loro religione.” Perchè inserisco questa storia nel mio resoconto di dialogo islamo-cristiano in Turchia? Credo che c’era un livello profondo di dialogo che si verificava là, anche se le donne del vicinato con le quali ero in dialogo non hanno mai sentito il termine. Queste donne, che non ho mai incontrato, nondimeno esse mi stavano effettivamente comunicando alcuni importanti valori della loro fede islamica. Il nostro non era un dialogo del genere che si porta avanti nelle facoltà teologiche, ma piuttosto un dialogo del tipo che Papa Giovanni Paolo II nella Redemptoris Missio chiamava “il dialogo della vita.” Nella enciclica, il Santo Padre osservava come questa era la forma di dialogo alla quale la maggior parte dei cristiani erano chiamati. Dalle donne a Konya imparai un’indimenticabile lezione di ciò che l’Islam insegna sulla ospitalità allo “straniero che sta in mezzo a voi” (Dt 24:14). Se avessi più tempo oggi, potrei raccontare dettagliatamente molte altre esperienze di dialogo, sia a livello accademico sia a livello di vita popolare. Senza dubbio, la vasta maggioranza delle mie esperienze in Turchia sono state erano positive, proprio come era il caso di don Andrea. Comunque, la realtà, che non dobbiamo trovare sorprendente, è che non tutti i turchi sono buoni musulmani che seguono i principi dell’Islam. Come ogni altro paese nel mondo, la Turchia ha alcuni cattivi elementi. Ci sono alcuni ultra-nazionalisti turchi che non sopportano gli stranieri, altri gruppi possono odiare i cristiani; altri ancora vogliono opporsi o mettere in imbarazzo il governo con violenze selettive. C’erano persone come queste dietro l’uccisione di Andrea Santoro. Forse noi non sapremo mai chi erano coloro che volevano Don Andrea morto, o perchè essi avevano così poco timore di Dio che non esitarono ad uccidere un uomo buono e santo, ma noi sappiamo che in ogni nazione e gruppo religioso, ci sono alcuni che non vogliono che la gente si conosca e comprenda l’una l’altra. Essi non vogliono sentirne di dialogo o di armonia tra le persone di religioni differenti. Questo significa che noi che, come don Andrea, vogliamo vivere e promuovere un più grande e mutua accettazione tra i Cristiani ed i Musulmani, dobbiamo essere così impegnati nella nostra causa di bene quanto questi altri lo sono nei loro propositi malvagi. Nel dialogo lavoriamo nella speranza e non ci aspettiamo di vedere i concreti effetti dei nostri sforzi nell’arco della nostra vita. Se alcuni individui folli o gruppo di violenti misero fine al lavoro di dialogo di don Andrea, questa è parte della realtà della Turchia di oggi, ma è probabilmente meno significativa dello spontaneo moto di oltraggio all’uccisione e di solidarietà verso i cristiani espresso da migliaia e migliaia di turchi dopo la morte di don Santoro. Le persone buone in Turchia stanno scendendo in strada per protestare ed isolare socialmente le piccole cricche di assassini. Dopo la morte del giornalista armeno Hrant Dink lo scorso anno, centinaia di migliaia di turchi marciarono ad Istanbul con cartelli su cui si leggeva: “Noi siamo Hrant, noi siamo tutti armeni.” Tutto ciò ci dà solide basi di speranza, condivisa da tutti noi qui presenti, che sia possibile costruire amore, pace e cooperazione tra quelli che venerano Dio secondo le fedi dell’Islam e del Cristianesimo. |